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ACCADEMIA STAUFFER

Stagione Concertistica 2026
Associazione Musicale F.Venezze

STAUFFER

 

domenica 15 marzo 2026 ore 17.00
Rovigo Auditorim Tamburini

TRIO RINALDO
LEONARDO RICCI violino
REBECCA CIOGLI violoncello
LORENZO ROSSI pianoforte

 

GLUDWIG VAN BEETHOVEN (1770-1827)
Trio in sol maggiore op. 1 n. 2 (1795)
Adagio - Allegro vivace
Largo con espressione
Scherzo. Allegro
Finale. Presto

MAURICE RAVEL (1875-1937)
Trio M. 67 (1915)
Modéré
Pantoum. Assez vif
Passacaille. Très large
Finale. Animé

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IQuando Beethoven arrivò a Vienna dalla provinciale Bonn, lo precedevano le sue doti di brillante pianista e di straordinario improvvisatore, già percepite dai suoi primi sostenitori quali luminose premesse di un destino da rivoluzionario compositore, come è evidente dall’augurio del conte Ferdinand Waldstein: “possa Lei, in virtù di un lavoro incessante, ricevere lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn”.

In quest’ottica diventava cruciale la scelta della prima opera da pubblicare, che sarebbe stata per il giovane Beethoven un importante biglietto da visita. La decisione cadde sui tre Trii op. 1 per pianoforte, violino e violoncello, di cui quest’oggi ascolteremo il n. 2: furono dati alle stampe nel 1795 e rappresentarono fin da subito un grande suc- cesso, anche grazie al gruppo degli stretti ammiratori di Beethoven, capitanati dal principe Carl von Lichnowsky, che ne permisero la pubblicazione garantendo all'editore Artaria l'acquisto di quasi 250 copie al prezzo non indifferente di un ducato l'una.

Un grande segno di fiducia, motivato anche dal vivo successo ottenuto dalla prima esecuzione dei trii a Vienna, durante una serata in casa proprio del principe Lichnowsky, dedicatario di questi lavori, e alla presenza dello stesso Haydn, che, come scrisse Ferdinand Ries, allievo e confidente di Beethoven, apprezzò molto queste composizioni, pur sconsigliando la pubblicazione del terzo Trio, ritenuto troppo ardito anche per il pubblico viennese. Peraltro, anche il Trio op. 1 n. 2 suonava innovativo, contenuto a fatica nelle forme ormai paradigmatiche del classicismo in musica: la sua scrittura esprime una maggiore indipendenza degli archi, non più sudditi del pianoforte, con il violoncello ormai capace di sortite solistiche; ma, soprattutto, a colpire è quell’energia formidabile connaturata alla scrittura beethoveniana, che può trovare una sintesi nella definizione di Giovanni Carli Ballola riferita al Presto finale: “Haydn al quadrato”.

Dopo 120 anni da questo esordio, ecco il Trio di Maurice Ravel, scritto nel 1914, quando si ritirò per un periodo di riposo nella località di Saint-Jean-de-Luz, situata nella zona basca dove era nata sua madre. E in effetti sono aleggianti ovunque suggestioni folcloriche della musica basca, ma non solo: basti pensare al secondo movimento, dall’esotico nome Pantoum, una forma poetica declamata dai malesi, caratterizzata dall’estremo virtuosismo metrico ed amata anche da Baudelaire.

Sempre in tema di esotismo, è interessante citare la violinista Hélène Jourdan-Morhange, stretta amica di Ravel ed autrice di un libro di ricordi sul musicista, che scrive, proprio parlando del primo movimento del Trio: “allorché il violino inizia il canto con le sue piccole note arpeggiate occorre che tali note siano suonate leggermente “rubate” e senza alcun appoggio d'archetto, un po' come un "glissando" di chitarra hawaiana”.

Ma il Trio non è solo esotismo, è anche recupero del Barocco, evocato dalla pensosa gravità della Passacaglia, ed è anche disinvolto uso della scala pentatonica, aperta alle suggestioni delle più disparate culture. E siccome il creatore di questo universo molteplice e cangiante è Ravel, al di sopra di tutto regna quell’esprit de geometrie, che mai gli fa perdere la bussola di un’unitaria costruzione musicale.

Nicoletta Confalone

 

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