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QUINTETTI PER FIATI E PIANOFORTE

Stagione Concertistica 2026
Associazione Musicale F.Venezze

 

domenica 18 gennaio 2026 ore 17.00
Rovigo Auditorium Tamburini   

QUINTETTI PER FIATI E PIANOFORTE
DI W.A.MOZART E L. VAN BEETHOVEN

 

FEDERICO NICOLETTA pianoforte
MARCO SCHIAVON oboe
PAOLO BELTRAMINI clarinetto
ALBERTO BIANO fagotto
VITTORIO FERRARI corno

WOLFGANG AMADEUS MOZART (1756-1791)
Quintetto per pianoforte e fiati
in mi bemolle maggiore K 452 (1784)
Largo - Allegro moderato
Larghetto
Allegretto

LUDWIG VAN BEETHOVEN (1770 - 1827)
Quintetto per pianoforte e fiati
in mi bemolle maggiore op. 16 (1797)
Grave. Allegro ma non troppo
Andante cantabile
Rondò. Allegro ma non troppo

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In una lettera del 10 Aprile 1784, Mozart scrive al padre: ”La mia Accademia a Teatro è andata molto bene ... ho composto un quintetto che ha ottenuto un successo straordinario, io stesso lo considero come la migliore cosa che abbia mai composto in vita mia. È scritto per 1 oboe, 1 clarinetto, 1 corno,1 fagotto e il pianoforte. Avrei voluto che voi aveste potuto sentirlo! E come è stato ben interpretato!” conclude Mozart soddisfatto, d'altronde il pianista era lui stesso.

Il quintetto in questione è il KV 452 capolavoro assoluto della musica da camera per strumenti a fiato. A riprova dell’apprezzamento del compositore viennese per la sua opera, è il fatto che la eseguì nuovamente la sera del 10 giugno dello stesso anno, in una serata musicale organizzata dalla famiglia Ployer, per poterla far ascoltare al compositore italiano Giovanni Paisiello che in quei giorni passava per Vienna.

Il giovane Beethoven non fu sicuramente tra il pubblico di quella celebre esecuzione ma siamo praticamente certi che quando scrisse il suo quintetto per pianoforte e fiati op 16, avesse come modello la composizione mozartiana; inconfondibili sono i parallelismi tra le due opere: stesso organico (per altro raro nel panorama musicale dell’epoca), stessa tonalità e stessa sequenza dei movimenti.

Al largo di Mozart, dove gli accordi dei fiati posti ad esergo come colonne d’Ercole vengono addolciti e portati verso la melodia dal pianoforte, Beethoven risponde con un Grave dal ritmo puntato che dipanandosi tra gli arpeggi del pianista conduce ad un ampio dialogo con i legni.

D'altronde il dialogo tra fiati e pianoforte è la cifra stilistica di entrambi i primi movimenti dove le parti di ciascuno dei cinque protagonisti si alternano tra soli e controcanti senza mai essere relegate al mero ac- compagnamento.

Splendido il larghetto, un estratto di purezza mozartiana. Grazioso ed elegante l’Andante cantabile beethoveniano che tradisce l’influenza del capolavoro dell’illustre collega sia nella scelta del tempo “lento ma non troppo” (come si sa infatti, il salisburghese si lamentava spesso del fatto che gli eseguissero gli adagi troppo lenti) sia nella modulazione al minore nella parte centrale del movimento.

La conclusione viene affidata a due rondò, ma mentre in quello mozartiano il flusso musicale si interrompe prima del finale per lasciare spazio ad una particolarissima “cadenza in tempo” per cinque solisti, quello beethoveniano rimane entro schemi più consueti, taluni peraltro nel tema riscontrano reminiscenze da un’aria del Don Giovanni.

Anche Beethoven fu particolarmente soddisfatto del suo quintetto, tanto da inserirlo ripetutamente nei programmi dei suoi concerti e farne una trascrizione per trio d’archi e pianoforte. Si potrebbe dire un allievo “degnissimo” del mae-stro, che in questa prova rende omaggio al modello mozartiano preparandosi a compiere un titanico balzo in avanti teso e trascendere i canoni del classicismo. 

Marco Schiavon 

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